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L'oro che non brilla | L'oro che non brilla |
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Pensiamo alla fede nuziale, all'anello di fidanzamento, alla catenina che si regala ai bambini in occasione del battesimo. L'oro è anche un bene-rifugio in periodi di crisi economico-finanziarie, non è un caso che in questi mesi sia molto richiesto e il suo prezzo continui a crescere.
Ma questo oro dove viene estratto? Come arriva sui nostri
mercati? Disegnare una mappa completa delle miniere illegali nel mondo è pressoché impossibile. Siti illegali esistono in molti Paesi del Sud del mondo. Alcuni esperti di materie prime, però, sono concordi nell'affermare che è l'Africa il continente nel quale sono più diffuse l'estrazione e la commercializzazione illegali. A favorire questo fenomeno è soprattutto l'instabilità di molti Stati ricchi di giacimenti di oro.
GIRONI INFERNALI «In Sudan - ricorda Raffaele Masto, giornalista, fotografo e autore di numerosi saggi sull'Africa -, stavo seguendo la guerra civile tra il governo di Khartoum e l'Spla, il movimento indipendentista del Sud, quando, attraversando la regione del Blue Nile, mi sono imbattuto in una miniera illegale. Si trovava in una pianura, non lontano da uno dei rami secondari del Nilo. La spianata era costellata di buchi non più larghi di 50 centimetri in cui si calavano in modo frenetico minatori improvvisati. Sotto un sole cocente, le donne andavano a prendere l'acqua del fiume per “ammorbidire” il terreno e facilitare il lavoro dei minatori. Ogni buca (o gruppo di buche) era gestita da una famiglia che vendeva l'oro ai miliziani dell'Spla in cambio di cibo. I miliziani a loro volta lo vendevano sui mercati di Nairobi o Addis Abeba e con il ricavato acquistavano armi. Non mi sorprenderei però se parte del ricavato andasse a finire sui conti correnti dei comandanti». In Africa, spesso, le miniere legali convivono con quelle illegali. Come capita, per esempio, in Sudafrica. Qui i minatori illegali, chiamati zama-zama, scavano tunnel sotterranei paralleli a quelli legali per raggiungere le zone aurifere. I minatori lavorano in condizioni terribili senza alcuna misura di sicurezza, in gallerie non sicure che rischiano di crollare. Nei casi delle miniere alluvionali, invece, entrano nei siti di notte, con la complicità delle forze di sicurezza, scomparendo la mattina. Dalle miniere illegali sudafricane si stima venga estratto il 15% della produzione del Paese. Questo oro viene poi «ripulito» grazie a intermediari compiacenti. La situazione più difficile è però quella della Repubblica Democratica del Congo. «Ho avuto l’occasione - ricorda Masto - di andare nel Sud Kivu, la regione che confina con Burundi e Ruanda ed è ricchissima di oro. In particolare sono stato a Kamituga, una cittadina che si trova in una conca in mezzo alle montagne. Le alture intorno alla città sono come gruviera. I minatori, ragazzini dai 10 ai 16 anni, scavano gallerie precarie che si addentrano nelle montagne per centinaia di metri. Smuovono tonnellate di terra per ottenere pochi grammi di oro. Spesso le gallerie crollano e i minatori rimangono intrappolati. Molti muoiono. Altri riescono a uscire, ma talvolta rimangono feriti gravemente e ciò causa loro invalidità permanenti».
Non molto diversa la situazione nell'Ituri, regione congolese a nord del
Kivu. Qui l'oro viene raccolto setacciando l'acqua dei fiumi. Anche in
questo caso i minatori sono giovani. Ogni giorno vendono quanto raccolto
a intermediari o a gruppi ribelli in cambio di cibo o pochi spiccioli.
MARE DI ILLEGALITÀ «Il mercato dell'oro - continua Masto - è un mare in cui nuotano pesci grandi e pesciolini. Fuor di metafora è un mercato complesso nel quale operano grandi trafficanti legati in modo diretto a governi, movimenti ribelli e multinazionali europee e asiatiche, ma anche gruppi minori di guerriglieri e a non pochi avventurieri. Di recente poi il traffico illegale è cresciuto spinto dalla crescita dei prezzi dell'oro a fini speculativi. La crisi infatti ha alimentato la domanda di beni rifugio». Nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, in particolare nel Nord e nel Sud del Kivu, per esempio, non è lo Stato a gestire le miniere di oro (ma anche di coltan, casserite, tungsteno e altri minerali), ma gruppi guerriglieri e reparti dell'esercito nazionale congolese di stanza in quelle regioni. Sono loro a organizzare l'estrazione sfruttando il lavoro minorile e uccidendo o torturando chiunque tenti di opporsi ai loro piani di sfruttamento delle risorse minerarie. «I più coinvolti - spiegano gli analisti di Global Witness, una Ong britannica che monitora il rispetto dei diritti umani e dell'ambiente nell'attività estrattiva e che ha ricostruito i principali meccanismi di questo mercato nel rapporto Faced with a gun, what can you do? (2009) - sono le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), il principale gruppo armato di hutu ruandesi (molti dei quali hanno partecipato al genocidio nel 1994), e le forze armate congolesi, in particolare l'8a e la 10a Regione militare. Teoricamente le forze armate e l'Fdlr dovrebbero combattersi ma, al contrario, collaborano nello sfruttamento delle miniere. I militari utilizzano strade controllate dai ribelli e viceversa. L'oro estratto dai ribelli è trasportato da aerei che decollano dagli aeroporti controllati dall’esercito». Le autorità congolesi hanno cercato di riportare sotto il controllo statale la gestione delle risorse minerarie. Ogni sforzo si è però rivelato inutile e, nel 2008, il 90% dell'oro era ancora estratto illegalmente e altrettanto illegalmente immesso sul mercato. Ribelli e militari vendono il metallo ai comptoir, piccole società che hanno sede a Goma o a Bukavu. Questi comptoir, che sono legali e possiedono licenze governative, sono gestiti da congolesi che rivendono l'oro a società commerciali in Uganda, Ruanda e Burundi delle quali spesso sono soci. Queste ultime, a loro volta, vendono a imprese europee e asiatiche.
TRAFFICO FAI-DA-TE Vendere oro attraverso società burundesi, ugandesi e ruandesi è un escamotage per aggirare l'embargo internazionale che grava sui metalli congolesi dal 2003. «Le imprese occidentali e asiatiche - spiega Loretta Napoleoni, economista, autrice del saggio Economia canaglia - chiudono un occhio sulla provenienza dell'oro. Spesso, invece di pagare in contanti, cedono alle società ugandesi, ruandesi e burundesi derrate alimentari che vengono poi contrabbandate in Congo».
La conferma del coinvolgimento dell'Fdlr in questo traffico arriva anche da un rapporto stilato da un gruppo di esperti dell'Onu e presentato a
dicembre al Consiglio di sicurezza. Secondo questo documento, l'Fdlr in
alcuni casi non venderebbero l'oro ai comptoir, ma lo farebbero arrivare
direttamente a Kampala, Entebbe o Bujumbura. Da qui, grazie alla
complicità di alcuni mediatori ugandesi e burundesi, ma appartenenti
alle comunità indiane, farebbero arrivare l'oro negli Emirati Arabi
Uniti. Spesso i gruppi ribelli scambiano oro con mercanti di armi. Nel 2008, per esempio, è stato arrestato in Thailandia Viktor Bout, ex agente dei servizi segreti sovietici e uno dei principali trafficanti di armamenti degli ultimi vent'anni. Nella Repubblica Democratica del Congo, Bout era il «fornitore ufficiale» del Movimento di liberazione del Congo, guidato dal signore della guerra Jean Pierre Bemba e sostenuto dall'Uganda, e dell'Unione congolese per la democrazia, guidata da Wamba Dia Wamba e sostenuto dal Ruanda. A entrambi vendeva armi dell'ex Armata Rossa in cambio di oro, ma anche di diamanti e di altri minerali preziosi. Bout, come altri trafficanti, contrabbandava poi l'oro sul mercato russo. Nel contrabbando di oro sarebbero stati coinvolti anche i reparti del contingente Monuc (la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo). Come hanno testimoniato le inchieste condotte dall'emittente britannica Bbc e dall'Ong Human Rights Watch, i caschi blu della brigata indiana di stanza nell'Ituri nel 2005 e nel 2006 avrebbero venduto informazioni militari in cambio di oro che avrebbero poi venduto in Uganda e Ruanda. Il bacino minerario congolese è anche terreno fertile per molti avventurieri. «A Brazzaville - ricorda Masto - qualche anno fa ho incontrato un italiano, veniva dall'Emilia Romagna. Era uno dei soci di un'importante azienda di colori. Da anni acquistava in Russia l'oro e il rame per produrre alcune tinte. Un amico gli aveva detto di provare ad acquistare oro in Congo perché costava dieci volte meno. Lui si era imbarcato per il Congo ed era arrivato a Kinshasa. La prima volta era stato truffato e gli avevano portato via molti soldi. La seconda volta però si era organizzato e, prima di partire, aveva preso contatto in Europa con un uomo di fiducia di un generale congolese. Quando era arrivato in Congo era stato ricevuto dal generale che non solo gli aveva venduto l'oro (a bassissimo prezzo), ma gli aveva anche permesso di portarlo via senza problemi doganali». ETICO È POSSIBILE L’oro venduto sui mercati occidentali, va detto, in gran parte è oro legale. Ma c’è chi vuole essere sicuro al 100% sull’eticità dei propri acquisti. Nonostante questo, in Europa e in Italia sta crescendo una sensibilità «etica» che porta sempre più clienti a chiedere anelli e catenine prodotte con oro proveniente da miniere in cui i lavoratori non sono sfruttati e in cui non vengono utilizzate sostanze nocive per l’ambiente (cfr box qui sotto). Questa sensibilità è andata crescendo dagli inizi degli anni Duemila, parallelamente alla campagna contro i diamanti «insanguinati» lanciata in concomitanza con la guerra in Sierra Leone. Per rispondere a questa esigenza alcuni imprenditori hanno iniziato a produrre e a vendere oro «etico». A Gubbio (Pg), per esempio, ha il suo quartier generale la Goldlake, una società controllata dalla holding Gold che fa capo ai fratelli Colaiacovo, imprenditori nel settore edile-cementiero. La Goldlake detiene una quota del 70% in due miniere in Honduras con concessioni di sfruttamento per 10.500 ettari. «La nostra società - spiegano i responsabili - estrae oro solo dove è certo che questa attività non provochi danni all’ambiente. In Honduras noi lavoriamo in miniere alluvionali impiegando tecniche che non solo non prevedono l’utilizzo di cianuro, ma riducono praticamente a zero i rifiuti e lo spreco d’acqua». L’oro estratto viene poi lavorato in una raffineria di Arezzo che tratta solo il metallo proveniente dai siti honduregni. Il particolare sistema di estrazione e raffinazione rispettoso dei valori etici ha attirato l’attenzione di Cartier, una delle gioiellerie più famose al mondo. A settembre, Cartier e Goldlake hanno sottoscritto un accordo in base al quale la maison francese acquisterà l’oro dalla società eugubina. Non sono solo i grandi gioiellieri a credere nell’oro «etico». A Milano, la Gioielleria Belloni da alcuni anni ha iniziato a vendere fedi nuziali e catenine «etiche». «Nel 2004 - spiega Francesco Belloni, che gestisce la gioielleria insieme alla sorella Luisa e al papà Attilio - abbiamo deciso di acquistare diamanti solo da miniere che garantivano il rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. I nostri clienti però continuavano a chiederci: “I diamanti sono etici, ma l’oro? Dove viene estratto? Da chi?”. Noi non sapevamo rispondere. Così, abbiamo iniziato a informarci su Internet e abbiamo scoperto che esistevano gioiellerie che acquistavano oro da miniere certificate come “pulite”. Mi sono messo in contatto con una di queste che ha sede in Inghilterra. E, attraverso loro, abbiamo iniziato a rifornirci da una miniera colombiana gestita da una cooperativa di lavoratori. Con questo oro, un artigiano produce fedi e catenine». Il prezzo dell’oro «etico» è superiore rispetto a quello «normale»: 32 euro al grammo il primo, 26,50 euro al grammo il secondo. E, di conseguenza, anche i gioielli costano di più: una fede prodotta da una gioielleria industriale costa circa 250 euro, una prodotta con oro «etico» circa 350 euro. «La differenza di prezzo c’è - conclude Belloni -, ma va detto che parte dell’incasso (in questo esempio, 25 euro) viene devoluto a una Ong che lavora per lo sviluppo dei Paesi del Sud del mondo. In ogni caso, in questo ultimo anno abbiamo notato come i clienti apprezzino il valore aggiunto dei nostri prodotti. Oggi su 100 fedi vendute, 70 sono “etiche”. Anzi è grazie ai nostri prodotti “etici” che stiamo affrontando la crisi con relativa tranquillità, quando invece molte gioiellerie in questi mesi rischiano di chiudere».
Roberto Capezzuoli è uno dei giornalisti esperti di materie prime del
quotidiano economico Il Sole 24 Ore. A lui abbiamo chiesto di spiegarci
come funziona il mercato legale dell’oro.
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